Biofach 2026
Il bio della marmotta.
La stavi aspettando la newsletter su Biofach?
Non mentire.
Norimberga a febbraio è sempre uguale, e forse è giusto così.
Bella ma non ci vivrei.
Beh, forse manco tanto bella.
Chi c’era al Biofach fatto d’estate?
Anche Norimberga può avere un po’ di senso con un po’ di sole.
Torniamo a noi. Fuori il freddo tedesco che ti ricorda che l’agricoltura è una cosa seria e “sotto la neve pane”, dentro i padiglioni caldi, saturi di odori familiari (ma non parliamo dei bagni uomini della fiera) – semi tostati, pane ai cereali, creme di frutta secca, tisane, same old story – e di conversazioni che iniziano sempre con “come va il mercato?”, “gente?”, “ordini?”, e finiscono con “vediamo dopo la fiera, io venerdì smonto alle 10 e tuttiacasa”.
Italian style.
Il (o la? per me il) Biofach è una specie di rito collettivo del biologico europeo: ci si torna ogni anno, si ritrovano le stesse persone, si percorrono gli stessi corridoi, si pronunciano le stesse parole chiave.
E’ sempre fottutamente uguale.
Com’è rassicurante questo bio, signora mia.
E proprio per questo è un ottimo termometro.
Quest’anno il termometro segnava maturità. Non entusiasmo, non crisi, ma maturità. Un po’ divano e copertina, insomma.
Camminando tra gli stand si sentiva un brusio costante, una colonna sonora fatta di frasi che non erano lamentele rabbiose, ma constatazioni adulte, forse rassegnate: meno gente del previsto, o almeno così sembrava; tanti incontri, pochi ordini, tanti che vogliono vendere e pochi comprare; sempre gli stessi buyer che girano (buyer, quali buyer?); molto networking, poco cash.
Non è una tragedia, almeno c’è poca gente in giacca e cravatta.
Forse è il suono di un settore che ha smesso di crescere per euforia e ha iniziato a crescere per inerzia strutturale. La parola che tornava più spesso non era “innovazione”, ma “continuità”.
Un po’ di foto random di cose strane.




Anche il tempo della fiera è diventato oggetto di riflessione. Quattro giorni, dicevano in molti, sono tanti. Due bastano per vedere tutto, tre diventano una coda lenta in cui si ripassano gli stessi corridoi con meno energia e più caffè broda, il quarto è il giorno dello sgombero e dell’accattonaggio. È un dettaglio, ma dice qualcosa: quando un evento diventa sistema, non ha più bisogno di essere maratona.
Dal punto di vista merceologico e delle tanto agognate novità, la sensazione era quella di un grande déjà-vu.
Solita frase che mi sento dire dai colleghi dal 2005 a oggi: “Riccardo, visto qualcosa di interessante?”
Adesso devo vedere cosa avevo scritto lo scorso anno, forse le stesse cose.
La frutta secca e le creme di frutta secca continuano a occupare una porzione importante dello spazio fisico e mentale del bio europeo; cambiano i packaging, si aggiornano i claim, si raffinano le texture, ma la sostanza resta simile. Non è una critica, è la natura stessa delle materie prime “commodity”: si evolvono lentamente. Se qualcuno cercava la rivoluzione, probabilmente l’ha mancata; se cercava conferme, le ha trovate in abbondanza.
Il Biofach da almeno tre anni forse più sembra vivere in questa modalità da “giorno della marmotta”, con micro-variazioni annuali che non spostano l’asse ma lo consolidano.
Le differenze, se ci sono, vanno cercate nelle pieghe. Il beverage, per esempio, sta lentamente cambiando tono: un po’ più No/Lo, più kombucha, più tè frizzanti, più bitter analcolici e aperitivi botanici, insieme a una presenza ormai strutturale di birre analcoliche che non sono più esperimento ma categoria.
Non è un’esplosione, è un incremento progressivo, come se il biologico stesse iniziando ad accettare che il centro sociale del bere non coincida più necessariamente con l’alcol. È un segnale sottile, ma culturale. O forse non è tanto il bio ma il bio dei giovani e del nord Europa, perchè in Italia il bio è ancora molto wine-oriented.
Parallelamente cresce l’ossessione per le fibre e per l’upcycling: cereali, frutta e verdura trasformati in ingredienti funzionali, scarti che diventano valore, cicli che si chiudono con una certa eleganza tecnica. È un biologico meno romantico e più ingegneristico, meno utopico e più operativo. Anche i dolcificanti raccontano questa fase: polveri di frutta, zuccheri naturali disidratati, soluzioni che promettono dolcezza compatibile con un metabolismo sempre più osservato, misurato, controllato.
E poi c’è la pancia, che è diventata il vero centro narrativo dal Covid a questa parte. Fermentazioni, microbioma, comfort digestivo, equilibrio interno: il cibo non deve più stupire, deve reggere. Non siamo più nell’epoca dei superfood esotici che promettono performance straordinarie (Maca? what?), ma in quella della manutenzione quotidiana. In un mondo instabile, la stabilità del microbioma diventa un valore quasi politico.
BIOFACH 2026 è stato meno divertente del solito, con più musi lunghi e meno risate nei corridoi, same old boring thing. Il biologico è ormai abbastanza grande da essere un’industria e abbastanza maturo da comportarsi come tale, e la fiera riflette questa condizione: meno storytelling enfatico, più infrastruttura; meno promesse di svolta, più gestione della complessità. Si può leggere come noia, oppure come normalizzazione.




La domanda che resta sospesa, tornando a casa con il badge buttato dietro il sedile passeggero di Marco, non è se il biologico crescerà – continuerà a farlo, lentamente e con metodo – ma se saprà evitare di diventare semplicemente una categoria di scaffale ben regolamentata. Forse il vero rischio non è la crisi, ma la ripetizione senza immaginazione. E forse, paradossalmente, la maturità del bio passa proprio da qui: accettare di essere sistema rimanendo novità.
BIOFACH resta un punto di riferimento, anche se sempre più una fiera da lavoro e sempre meno una fiera da entusiasmo. Solida, affidabile, un po’ ripetitiva. Come le stagioni agricole. Come certi mercati. Come il biologico quando smette di essere ribelle e inizia a essere struttura.

